Ponte Nizza con l’Eremo di Sant’Alberto di Butrio

Ponte Nizza (Pont Niza in dialetto oltrepadano) è un comune italiano di 787 abitanti della provincia di Pavia in Lombardia. Si trova nell’Oltrepò Pavese, nella vallata del torrente Staffora alla confluenza con il Nizza che forma una valle laterale.

Storia

Il comune di Ponte Nizza è stato costituito nel 1928 (21 giugno) unendo a Trebbiano Nizza i comuni di Pizzocorno, San Ponzo Semola e Cecima, che nel 1956 riottenne l’autonomia.

I comuni di Pizzocorno, San Ponzo e Trebbiano nel XIX secolo.

  • Trebbiano (CC L350) appartenne al marchesato dei Malaspina fin dalla sua costituzione (diploma imperiale del 1164), e nelle suddivisioni ereditarie rimase ai Malaspina della linea di Oramala e Godiasco. Per motivi non chiari risulta che almeno nel XVII secolo non apparteneva alla giurisdizione di Godiasco, ma costituiva una piccola giurisdizione a sé stante. Si chiamava allora Valle Trebbiana, poi Trebbiano e dal 1863 Trebbiano Nizza.

Uniti con il Bobbiese al Regno di Sardegna nel 1743, in base al Trattato di Worms, entrarono a far parte poi della Provincia di Bobbio. Nel 1801 il territorio è annesso alla Francia napoleonica fino al 1814. Nel 1818 passarono alla provincia di Voghera e nel 1859 alla provincia di Pavia.

Da Ponte Nizza transitava la via del sale lombarda, percorsa da colonne di muli che percorrendo il fondo valle raggiungevano Genova attraverso il passo del Giovà e il monte Antola.

Monumenti e luoghi d’interesse

  • Nel territorio comunale si trova il famoso Eremo di Sant’Alberto di Butrio.
  • Nella frazione San Ponzo Semola sono situate le “Grotte di San Ponzo”.
  • A poca distanza dall’Eremo di S. Alberto di Butrio si trova la località Carmelo con case in sasso, testimonianza dell’antica civiltà contadina dell’Oltrepò Pavese, che sono in fase di ristrutturazione nel centro storico.

 

Cultura

Questo paese fa parte del territorio culturalmente omogeneo delle Quattro Province (Alessandria, Genova, Pavia, Piacenza), caratterizzato da usi e costumi comuni e da un importante repertorio di musiche e balli molto antichi. Strumento principe di questa zona è il piffero appenninico che accompagnato dalla fisarmonica, e un tempo dalla müsa (cornamusa appenninica), guida le danze e anima le feste.

 

 

 

Eremo di Sant’Alberto di Butrio

L’eremo di Sant’Alberto di Butrio, sorge fra primi rilievi dell’Appennino ligure, nella valle Staffora dell’Oltrepò Pavese, in provincia di Pavia, in frazione Abbadia Sant’Alberto del comune di Ponte Nizza, a 687 metri s.l.m., isolato in una chiostra di monti, tra verdi pascoli, castagni, querce e abeti.

Le origini dell’eremo, l’espansione, la decadenza

La costruzione dell’eremo venne iniziata dallo stesso sant’Alberto, forse del casato dei Malaspina, che nel 1030 andò ad abitare in solitudine nella vicina valletta del Borrione, ove tuttora vi è una piccola cappelletta a lui dedicata.

Avendo guarito miracolosamente un figlioletto muto del marchese di Casasco (Malaspina), questi in segno di riconoscenza gli edificò una chiesa romanica dedicata alla Madonna in cui sant’Alberto ed i suoi seguaci eremiti potessero celebrare l’Ufficio divino. Costituitisi in comunità, gli eremiti edificarono il monastero di cui rimane attualmente un’ala: il cosiddetto chiostrino ed il pozzo.

A capo della comunità venne eletto sant’Alberto, che rimase abate fino al 1073, anno della sua morte. Nel frattempo l’eremo, alle dirette dipendenze del Papa, era assurto a grande potenza sia spirituale che temporale. Molte erano le celle e le dipendenze dell’eremo, situate nelle attuali province di Piacenza, Pavia, Alessandria e Genova.

Dopo la morte di sant’Alberto, l’eremo crebbe ancora in potenza e numero di monaci tanto da divenire un centro spirituale di una vastissima zona. Ospitò illustri personaggi ecclesiastici e laici tra cui il fuggiasco re d’Inghilterra Edoardo II Plantageneto che ancor prima si era nascosto nel Castello di Melazzo vicino ad Acqui Terme: un documento del 1877 attesta, senza ombra di dubbio, che il re morì e fu sepolto inizialmente in questo Eremo. Si ritiene inoltre che vi abbiano soggiornato anche Federico Barbarossa e Dante Alighieri.

I monaci seguivano la regola benedettina, secondo la riforma di Cluny o la revisione bobbiense, mantenendo tuttavia sempre viva l’antica vocazione eremitica.

Verso la metà del XV secolo, con l’avvento degli abati commendatari, l’eremo incominciò il periodo di decadenza.

Nel 1516 papa Leone X unì l’abbazia a quella di San Bartolomeo in Strada di Pavia.

Eremo di Sant’Alberto di Butrio, visione dal bosco

Nel 1543 gli ultimi monaci (olivetani) lasciarono l’eremo per trasferirsi nell’Abbazia di San Pietro di Breme da dove l’anno precedente vi erano giunti i pochi monaci benedettini. Vi rimase solo un sacerdote addetto alla cura delle anime. Nel 1595 la chiesa di Sant’Alberto fu eretta a parrocchia. Seguirono tre secoli di quasi abbandono totale, durante i quali il monastero e parte della torre furono distrutti. Con l’avvento delle leggi napoleoniche, nel 1810, l’eremo fu soppresso e requisito dal governo.

La rinascita

Frate Ave Maria, al secolo Cesare Pisano, Eremita cieco della Divina Provvidenza (19001964)

Nel 1900, anno in cui avvenne la riesumazione dei resti mortali di sant’Alberto, deposti poi entro una statua di cera che si può vedere nella chiesa di Sant’Alberto, la cura dell’eremo fu affidata a don Orione.

Nel 1921 don Orione ripopolò l’eremo collocandovi gli Eremiti della Divina Provvidenza da lui stesso fondati nel 1899, e con loro anche un sacerdote in qualità di parroco.

Tra di essi, il più conosciuto è frate Ave Maria (al secolo Cesare Pisano), che visse nell’eremo dal 1923 al 1964 conducendo una vita riconosciuta straordinaria per santità, preghiera e penitenza.

Fonti per l’articolo: Wikipedia

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